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L'obiettività e l'oggettività al servizio dell'informazione
SOCIETA'
14 novembre 2011
La banalità dei complottisti

Gruppo Bilderberg e Commissione Trilaterale. Attorno al povero Mario Monti, reo di essere un uomo di Goldman Sachs, torna ad aleggiare lo spettro del complotto mondiale. Dalle nicchie del web fino ai colossi dell’informazione televisiva italiana, passando per Giulietto Chiesa ( imbarazzante): il contagio del complotto ha improvvisamente cominciato a invadere i talk show del Belpaese. Come novelli profeti, predicatori di oscure verità che gravitano attorno al collasso economico/finanziario di un intero sistema, ecco che i blogger del “ sommerso” emergono con tutta la loro conoscenza e il loro bagaglio di dati, congetture e ingegneria favolistica di altissimo livello.  Arcani maestri, detentori del segreto imposto dalla fondatezza delle dicerie popolari , si affacciano con prepotenza sugli schermi nazionali ormai intrisi di uno sterile, freddo e ormai eloquente vocabolario quotidiano: spread, Bund, Btp, default, Bot e, udite udite, Mario Monti, che pare stia facendo della seria concorrenza a Satana in persona. Già, il buon Marietto. Il burattino delle banche, quello che il mondo della finanza ha deciso di collocare in suolo italico per portare a termine una ben ordita congiura a colpi di spread e banconote. Una trama avvincente con grandi protagonisti che in ogni tempo hanno tentato, come Mignolo col Prof, a conquistare il mondo. Massoni ed ebrei a tessere la tela dell’inganno oppure le due identità coincidono? La certezza è che i semiti sono un sempreverde e, piaccia o non piaccia, dopo il bestseller de “I Protocolli di Sion”  editi dalla Edizioni Okrhana (la polizia segreta degli Zar di Russia) hanno ottenuto un ruolo fondamentale tra i nemici storici dell’umanità.  Manca però un titolo ad effetto, che ne direste di questo? “ Il complotto demo plutocratico ebraico e massonico”.
Aldilà del sarcasmo … un po’ di razionalità
La parola lobby. In questo momento è una parola sporca, dal suono maligno. Le lobby sono spuntate come funghi durante il decorrere della crisi economica. Nessuno ne aveva mai parlato prima. Eppure anche prima c’erano, ed erano in casa nostra. Già. Erano gli amici che si spartivano i posti di lavoro e i contratti d’appalto milionari presso Finmeccanica … ma in pochi hanno parlato di lobby. Anche tra i sostenitori del Cavaliere si vocifera di “ complotto dei banchieri “ per snaturare la sovranità nazionale italiana. Eppure forse non si ricordano di tutte le lobby (P3 e P4)che hanno contribuito ad aiutare con il loro voto disinformato e controproducente? Non se lo ricordano Bisignani, l’ultimo dei lobbisti e oserei dire anche dei faccendieri, l’uomo qualunque che disfa e ridisfa a suo uso e consumo le istituzioni? Nessuno ha urlato più di tanto allo scandalo. In fondo anche loro hanno contribuito all’accelerazione verso il baratro. Eppure no. Il lobbista è Mario Monti, l’uomo della lettera della BCE. “ Ci facciamo governare dalle banche”, chiosa l’italiano medio diventato premio nobel per l’economia nel giro di tre giorni. “ Un uomo delle banche che ha fatto parte di Bilderberg e Trilaterale, come ti puoi fidare?!”. Facebook è diventato il Forum dei Giovani Politici ed Economisti. Nel giro di due settimane si è passati da stupidi post adolescenziali alla politica Machiavelliana più sottile. Se poi, ad alimentare questo clima di confusione mentale e fantasie popolari, ci si mette pure la televisione con velate allusioni  a certe teorie il gioco è fatto. Il  complotto però, in una situazione del genere, può risultare molto pericoloso. I “Protocolli dei Savi di Sion”, cui ho accennato ironicamente poc’anzi, furono un falso clamoroso che però ebbe terreno molto fertile in Germania, durante la crisi del ’29 e per tutta la durate degli anni ’30, dato che fu impugnato da Adolf Hitler per avvalorare la sua teoria antisemita contribuendo, così, a spianare  la strada alla soluzione finale. Quando una falsità trova humus fertile per proliferare, e la disperazione nei momenti di difficoltà sociale e economica rientra sicuramente nella categoria, anche la tesi più irragionevole e priva di fondamento, ma condita dalla caratteristica dell’inspiegabile, può diventare agli occhi dei tanti qualcosa di davvero concreto.
Quello che però sfugge ai più è che l’annosa questione delle lobby trova un’articolata, quanto semplice definizione, in qualsiasi testo didattico di Scienza della politica. In sintesi: le lobby sono gruppi di pressione, rappresentanti di interessi collettivi, che cercano di influenzare il potere politico a loro favore. Di questi gruppi ne esistono d’ogni tipo: sindacati, movimenti e associazioni per la tutela dei diritti umani, rappresentanze del mondo imprenditoriale. Anche la Chiesa, soprattutto nel nostro Paese, può essere considerata tale. Ora, dato questo milieu , è logico che trovino spazio anche gruppi di pressione facenti capo al mondo della finanza. Ognuna di queste lobby ha un impatto diverso sulla condotta politica a seconda della sensibilità e degli interessi di chi governa ma a prescindere da ciò, i gruppi di pressione, sono un fenomeno fisiologico di ogni struttura politica e sociale. Sono garanzia di democrazia. Un’altra questione abbastanza ridicola è il ricorrente motivetto del sistema Italia commissariato dall’Europa delle banche o, per meglio dire, dalla BCE. Ma anche qui la risposta non è difficile da fornire: se l’Italia ha sottoscritto un accordo per entrare nell’UE, accettando anche determinati vincoli alla propria sovranità ad eccezione che non contrastino con i principi cardine del nostro supremo ordinamento giuridico, pare logico che il nostro Paese rispetti dei vincoli da noi stessi sottoscritti. Sappiamo che le banche sono un sistema imperfetto: ma non sono state loro, come si legge molto spesso in commenti sul web, a causare la crisi in Grecia, anzi. La Grecia ha truccato e mentito sui suoi conti pubblici per anni e, se non fosse stato per interesse comune dell’Unione, le banche tedesche, francesi e italiane non si sarebbero esposte così tanto per salvare la penisola Ellenica. Le banche in questo caso hanno salvato la Grecia da un default totale annunciato. Ma ancor prima di smontare lentamente la mania del complotto, strumento odioso e portatore di pregiudizi, dobbiamo ricordarci che, raggi d’azione a lungo e medio termine, sono per via della limitatezza della razionalità umana quasi impossibili da mantenere e perseguire. Ci saranno sempre fattori e variabili imprevedibili che si incroceranno con i nostri piani; e così anche l’ipotetica organizzazione più potente, occulta ed efficiente che possa esistere sulla faccia della terra dovrebbe fare i conti con imprevisti inimmaginabili. Si possono prendere decisioni solo nel breve termine con lo scopo di ottenere risultati sufficienti e mai ottimali.
Un vizio di estrema destra e di estrema sinistra
Le teorie del complotto, per coloro che non  avessero mai fatto caso a questo particolare, tendono a enfatizzare moltissimo circa una cinica e spietata dittatura a livello mondiale, basata sul potere del capitale e sull’asservimento dell’intera umanità a una ristretta cerchia di individui appartenenti a una potentissima elite di “ illuminati”. Evidente richiamo, questo, a un sistema tipico delle società capitaliste a regime democratico- liberale. Tuttavia, molte di queste teorie, trovano ampio spazio in quelle forze politiche estreme, sia di sinistra che di destra, tradizionalmente avverse ai sistemi democratici e basati su un sistema di libero mercato. Entrambe queste ideologie sono sedimento di anni di pregiudizio e, se vogliamo, anche di sconfitte cocenti proprio causate dal sistema che tentano di delegittimare.
Concludendo: le teorie del complotto sono la panacea dei periodi di crisi; tralasciare le complesse situazioni che sono alla base di quest’ultime, per ipotizzare o fantasticare su “potenze invisibili” che tramano alle spalle dell’umanità intera, sono una modalità per poter evadere dalla complessità del momento ma, allo stesso tempo, sono veicoli di pregiudizi pericolosi, capri espiatori e visioni distorte: frutto di ideologie di cui, oggi, non preserviamo un bel ricordo.
J.FORREST



permalink | inviato da J.Forrest il 14/11/2011 alle 22:3 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
LAVORO
1 novembre 2011
" Il sindacato deve cambiare "

 

A volte si dice che il sistema debba essere cambiato dall'interno. Giusto. Peccato che in Italia ancora nessuno l'abbia capito, o meglio, lo si è capito per i propri interessi ma non per indirizzare un'azione  politica seria in ogni settore . Questo discorso vale anche per i sindacati che presentano una serie di anomalie capaci di condizionare la certezza dell'occupazione di qualsiasi lavoratore. La prima anomalia è che i movimenti sindacali in Italia siano politicizzati. E' qualcosa di assurdo. Il sindacato deve fare gli interessi dei lavoratori a prescindere dalla politica. Nessun compromesso con alcun partito dovrebbe sussistere: il lavoratore prima di tutto e davanti a tutto. Essendo questa una doverosa premessa dobbiamo anche svecchiare la centenaria mentalità che da tempo si è andata a instaurare nel DNA del sistema lavorativo italiano: il sindacato non è (e non dovrebbe essere) opposizione all'impresa, ma anzi, dovrebbe esserne una naturale continuazione. Riassumendo: il sindacato dovrebbe essere parte dell'impresa e non anticorpo all'impresa stessa. In Germania i rappresentanti sindacali sono persone fortemente preparate nel loro lavoro; dimostrano infatti di avere una condotta altamente dirigenziale ed attenta arrivando addirittura ad ottenere un certo livello di incidenza nelle scelte cruciali dell'azienda in quanto capaci di trattare alla pari. Sono quindi a tutti gli effetti "manager dei lavoratori" che siedono sui tavoli che contano. Come contraltare in Italia abbiamo invece rappresentanti sindacali che trovano più semplice illudere i lavoratori con proclami bomba ,come ad esempio i famosi "no" a tutto,o con teatrini di piazza che si concludono regolarmente in un nulla di fatto. Diciamoci la verità: anche nei sindacati si mantengono le poltrone, promettendo panacee ma senza assumersi responsabilità dirette. Ma una condotta del genere è fin troppo facile da mantenere e mutuare nel tempo e, alla fin della fiera, chi paga il prezzo di un'effettiva immobilità sindacale sono i lavoratori ingenui che a questi ultimi si sono affidati con tutta tranquillità. Prendiamo il caso FIAT: la maggior industria italiana ha campato su aiuti ed incentivi statali dilapidati in investimenti senza senso e su prodotti scadenti. Vi ricordate quei prodotti splatter dai nomi provincialissimi come Fiat Marea o Fiat Palio? Ecco. Un sindacato serio avrebbe fatto notare alla dirigenza che quei prodotti non avrebbero mai portato consistenti guadagni poichè, dando un'occhiata alle vendite, il risultato negativo era abbastanza lampante. Se ci fosse stata una rappresentanza sindacale preparata si sarebbe dovuta preoccupare di questa data situazione, pensando anche al futuro dei propri lavoratori in un'azienda che stentava, causa anche l'incapacità dei dirigenti di fare investimenti giusti,  ad affermarsi e concludere con il bilancio quantomeno in pareggio. Ma siccome i soldi di mamma Stato facevano comodo sia alla dirigenza che al sindacato (per evidenti e diversificati motivi di natura soprattutto politica), chi era destinato a subire le conseguenze di queste scelte scellerate? Ovviamente gli operai. L'avvento di Marchionne ha solo messo in luce anni e anni di polvere nascosta sotto il tappeto. Nulla di più: ma è più facile usarlo come caprio espiatorio ... vorrai rivolgere l'attenzione verso un nemico appetibile per distrarre i lavoratori dalle vere cause del problema!

Questo stato di cose non è più accettabile: il sindacato deve rivoluzionarsi e formare un personale competente e capace di trattare per il bene dei lavoratori direttamente sui tavoli che contano. Non è più il tempo di sindacalisti imbolsiti ed incompetenti: urge una primavera del lavoro.

 

J. FORREST




permalink | inviato da J.Forrest il 1/11/2011 alle 14:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (3) | Versione per la stampa
POLITICA
1 novembre 2011
L’Occidente e il treno del “capitalismo delocalizzato”

 

Diciamoci la verità: non è il mondo ad essere in crisi, siamo noi, l’Occidente, ad essere in crisi. Dopo circa due secoli di spudorato ed incontrastato dominio della società europea e dei suoi derivati d’oltreoceano, il mondo occidentale sembra inesorabilmente essersi avviato sulla strada del tramonto. Dalla fine del 2006 anno di inizio della crisi economica attuale siamo stati subissati di opinionisti, economisti, politologi, analisti di vario genere pronti a spiegarci la situazione mondiale, gli errori del passato, del presente e gli scenari del nostro meraviglioso futuro che verrà.

Ma non ce n’è stato uno che abbia voluto andare fino in fondo e ammettere la sporca verità: il capitalismo attuale, che io chiamo “delocalizzato”, non è affatto in crisi, peggio, ha mandato in crisi solamente l’Occidente, in sostanza ci siamo scavati la fossa da soli. Si fa coincidere l’inizio della crisi attuale con lo scoppio della bolla immobiliare americana, cui seguì la crisi dei mutui subprime, con successive insolvenze e bancarotte di grandi e storiche banche americane e, come in un domino, iniziarono a crollare i pilastri della ricchezza occidentale, prima le banche poi gli stati sovrani divorati dai loro debiti. Oggi siamo arrivati al rischio bancarotta per mezza Europa meridionale, dopo che si era persino preso in considerazione, in maniera insopportabilmente ridicola, la possibile bancarotta degli Stati Uniti d’America (come se le ragioni dell’economia potessero prevalere su quelle della politica, in particolare).

 

La verità è questa: facciamola breve, il processo di globalizzazione e di integrazione dei mercati con lo scongelamento della tensione Usa – Cina ha subito un’impennata fortissima, buona parte della classe imprenditoriale occidentale ha subito approfittato delle nuove “sensazionali” possibilità d’investimento costituite dall’apertura al resto del mondo, ovvero lavoro minorile e sfruttamento totale. Cioé in sostanza i grandi capitani d’industria non potendo più fare in casa propria quello facevano nell’800 (guarda caso periodo in cui realizzarono i maggiori sovraprofitti) hanno delocalizzato la produzione delle loro attività dove lo sfruttamento dei lavoratori è ancora consentito in modo quasi totale. Questo processo, a mio giudizio immorale ma fosse solo questo il problema… ha prodotto la crisi della capacità produttiva dei paesi occidentali, l’arricchimento delle satrapie orientali e soprattutto un circolo vizioso che costringe tutti gli imprenditori di determinati settori, che vogliano rimanere sul mercato, a dover abbattere i costi per rimanere competitivi e andare dove il costo del lavoro sia ancora più basso.

 

Chiaramente la mia analisi è stereotipizzata. So bene che vi sono aziende o determinati settori che non hanno necessariamente dovuto delocalizzare potendo puntare sull’innovazione per restare sul mercato in maniera realisticamente competitiva, ma il problema è che la maggioranza delle attività industriali, che poi erano quelle che garantivano la nostra ricchezza, hanno dovuto seguire questo processo col risultato che la società occidentale attuale è in una profonda crisi avendo perso in una sola botta il settore produttivo ed avendo conseguentemente intaccato la sua capacità consumistica. Allo stesso tempo il principale paese che in questi anni si è potuto arricchire entrando nel giro delle nazioni che contano è la Cina, che a fronte del suo miliardo e rotti di abitanti, detiene il primato non molto invidiabile di più grande dittatura di tutti i tempi. Questo metodo che i giapponesi chiamano “delle oche volanti” ovvero di spostarsi, di migrare, in paesi dove i costi sono sempre più bassi ha innescato la fine dell’Occidente.

Peccato che per il resto capitalismo non sia affatto in crisi: cinesi, indiani, messicani, brasiliani si stanno arricchendo e di parecchio, mentre tutti i nostri settori produttivi sono in crisi. Come se non bastasse oltre il danno la beffa, infatti, mentre si smantellava l’apparato industriale, ci veniva propinata la balla colossale che le nuove opportunità della società dei servizi avrebbero preso il posto dei vecchi settori lavorativi manifatturieri, niente di più falso. Ora a parte il fatto che è irrealistico pensare davvero che un operaio di 40-50 anni, magari specializzato che guadagnava 1500 euro al mese, possa essere messo a lavorare in un call-center per 800 euro al mese senza che questo non arrechi nessuno squilibrio al sistema, è oltremodo ridicolo pensare che la società dei servizi, nata come spalla di quella industriale possa sostituire i settori primari manifatturieri ed industriali che rimangono il fulcro di un’economia prospera e vitale, (chiedete pure al signor Mittal cosa ne pensa…) in aggiunta a tutto ciò va segnalato come attualmente sia in corso, a nostro ulteriore sberleffo, la delocalizzazione dei servizi. Evidentemente i geni dell’imprenditoria (e dell’economia) credono che sia possibile avere un occidente cassintegrato ma consumista.

 

Il capitalismo delocalizzato che è stato creato col tacito consenso dei nostri governanti è come un treno, per la precisione un treno piombato: una macchina da guerra che divora chilometri e non conosce stanchezza, solo che questo treno ha un piccolo difetto, la direzione. La direzione del treno è evidentemente sfuggita al controllo dei suoi macchinisti, il capitalismo che noi abbiamo creato non sembra portarci laddove speravamo, ci siamo scavati la fossa da soli ed ora ci accingiamo a metterci dentro il primo piede.

 

Considerata la situazione fosca, quali sono le risposte della politica? Tante, troppe, le solite, tutte sbagliate. I nostri leader sono ancor oggi fermi su posizioni ideologiche novecentesche in particolare nella grande dicotomia marxismo vs liberismo, faticano a vedere la realtà per quella che è, da una parte c’è chi continua a ripetere il mantra marxiano “il capitalismo è un sistema che si autodistrugge” cosa del resto che potrebbe anche essere vera, ma di certo non è una soluzione visto che insieme al capitalismo andremmo a fondo tutti noi, dall’altra c’è chi si ostina a ripete la filastrocca liberista “il capitalismo attraversa puntualmente delle crisi, ogni tanto va un po’ aiutato”, dove chiaramente l’aiuto significa mettere le mani nelle tasche della gente, casualmente sempre nelle tasche del ceto medio-basso.

La verità è che nelle risposte ideologiche del passato non c’è più soluzione, il capitalismo non sta né fallendo né è possibile, per noi, continuare a tollerarlo nelle sue infinite e prevedibilissime crisi. Prevedibilissime perchè che l'economia attuale occidentale sia insonstenibile è un dato di fatto oggettivo ed evidente, si pensi anche solo all'esistenza del ceto sempre più numeroso dei finanzieri-speculatori, che credono davvero di poter far soldi spostando cifre col computer: questo cari signori non è né giusto né normale, dietro la ricchezza dev'esserci la produzione non la speculazione, altrimenti prima o poi la bolla scoppia, e scoppierà sempre.

La sola certezza è che adesso il treno del capitalismo nella sua versione attuale delocalizzato va fermato e la rotta invertita (se è ancora possibile) altrimenti citando un vecchio leader britannico il futuro non avrà altro da offrirci che “sangue, fatica, lacrime e sudore.”


M.Moggia


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permalink | inviato da Perkunas il 1/11/2011 alle 11:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
28 ottobre 2011
"La soluzione all' 8x1000: la tassa sul culto "

 

Nel 1984 Craxi firmò la revisione del concordato introducendo il famoso 8 x 1000. Si trattava ( e si tratta ) di destinare una parte del gettito IRPEF a varie confessioni religiose, tra cui, neanche a dirlo, la Chiesa Cattolica. Nella pratica la misura fiscale venne progettata dall'allora ministro del Bilancio Paolo Cirino Pomicino (uno dei tanti cioccolatai made in Italy).

Il problema che sta alla base di quest'imposta riguarda la consistente fetta di cittadini italiani, circa il 60%, che non esprime alcuna preferenza su almeno uno dei sette enti destinatari previsti dalla legge. Ricordiamo che fra questi ci sarebbe pure lo Stato italiano che incamererebbe una minima parte, circa il 4,17% del totale . La Chiesa Cattolica invece risulta essere la più gettonata, anche grazie a una forte campagna pubblicitaria, con un incasso pari al 34.7% dell'intero 8x1000. Detto questo bisogna sottolineare che le mancate preferenze, ovvero le quote orfane, vengono discutibilmente distribuite secondo criteri proporzionali: questo significa che la maggior parte di queste vengono destinate all'ente con una percentuale maggiore di preferenze con buona pace del principio di "equo sostegno". Quello che risulta ovvio è che il sistema 8x1000 sia un'evidente "regalo" che lo Stato italiano concede gentilmente alla Chiesa Cattolica, destinataria della maggioranza relativa delle preferenze,rinunciando addirittura a campagne pubblicitarie a proprio favore. Trovandoci dunque di fronte a una macchinazione degna del più raffinato maitre chocolatier , in barba a qualsiasi principio della laicità di Stato, ci troviamo, come di consueto, a dover guardare aldilà delle Alpi per trovare una qualche soluzione all'ennesima truffa o estorsione ( a voi il termine che vi sembra più consono) in salsa tutta italiana. In Germania vige la Kirchenaustritt, la "tassa sul culto", che si basa su un principio limpido e semplicissimo. Nella dichiarazione dei redditi viene chiesto al contribuente se appartiene a qualche confessione religiosa; in caso di risposta affermativa una quota del suo gettito verrà destinata alla confessione per la quale ha esplicitato l'appartenenza. In questo caso lo Stato si limita a esercitare la funzione di esattore per conto di una qualsiasi confessione religiosa. Se però il cittadino non esprime alcun tipo di appartenenza religiosa non verrà attuato alcun tipo di prelevamento: perchè ciò avvenga non solo l'individuo può dichiarare di non appartenere ad alcun credo ma può anche sostenere di rinunciare o di essere fuoriuscito da una qualsiasi religione asserendo di esserne stato cooptato quando non era capace di intendere e di volere o più semplicemente quando non aveva la possibilità di scegliere liberamente.
 
Per conludere: l'introduzione in Italia di una tassa sul culto sarà ancora utopia per molto tempo a causa della forte commistione d'interessi, tutt'oggi presente nel nostro Paese, tra Stato e Chiesa. Sarebbe però interessante applicarla, oltre che in virtù di una maggiore equità nella distribuzione tra i vari istituti religiosi e nel rispetto della libertà di scelta, anche per tastare con mano quanti cattolici autentici ci siano in Italia e quanti invece lo siano solo di facciata o per interesse. Prevedo sorprese.
 
J.FORREST 

 




permalink | inviato da J.Forrest il 28/10/2011 alle 18:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
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